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31 Dicembre 2025In Metodi di allenamento25 Minuti
In inverno ha senso fare ripetute e lavori di qualità? Sì, ma con criterio. La scienza supporta una base dominata da bassa intensità e volume: chi spinge a ritmi quasi gara in inverno spesso si fa male e compromette la stagione.
Ogni inverno vedo lo stesso film: runner e trail runner che “anticipano la primavera” e trasformano i mesi freddi in una mini-stagione di gare.
Ripetute tirate, progressivi sempre più aggressivi, sedute che somigliano (o peggio, copiano) i ritmi del periodo competitivo.

Il problema? Non è solo che non serve. È che, molto spesso, fa danni: aumenta la fatica residua, riduce la continuità, rende più probabili i picchi di carico e mette sotto stress tessuti e sistema nervoso.
Il risultato tipico è uno tra questi tre: infortunio, plateau, oppure una primavera in cui “devi recuperare” quello che non hai costruito davvero.

In questo articolo ti spiego con precisione: perché in inverno la maggior parte del lavoro deve essere volume a bassa intensità, cosa dice la letteratura su distribuzione dell’intensità e periodizzazione, e come inserire micro-dosi di qualità intelligenti senza fare l’errore più comune: spingere troppo presto come se fossi già in stagione.

Nota importante: quando dico “inverno”, in termini scientifici sto parlando della fase generale/preparatoria (general preparatory phase), che per molti coincide con i mesi freddi.

1) Cosa significa “inverno” per un piano di allenamento

La scienza raramente ragiona in termini di mesi (“gennaio”, “febbraio”), ma in termini di fasi della stagione: transition, general preparatory, specific preparatory, competition.
In molti sport di endurance, la fase general preparatory coincide con l’inverno; meno gare, più margine per costruire base, e una priorità assoluta: aumentare la capacità di allenarsi (trainability) senza rompersi.

In pratica, l’inverno è il momento migliore per mettere insieme questi pezzi:

  • Continuità: settimane “normali” fatte bene, senza stop.
  • Volume sostenibile: più minuti/ore a costo recuperativo gestibile.
  • Robustezza muscolo-tendinea: piede-caviglia, polpacci/soleo, catena posteriore, anche.
  • Economia di corsa e tecnica: non con ripetute distruttive, ma con richiami mirati.

Se l’inverno diventa una gara a chi fa la seduta più dura, stai ribaltando la logica della periodizzazione: stai cercando “forma” prima di costruire “struttura”.
E quando il corpo non ha struttura, la forma è fragile.

2) La tesi (chiara): spingere a ritmi quasi gara in inverno spesso ti fa male

Qui voglio essere volutamente critico, perché questo errore rovina stagioni intere.
Chi in inverno spinge troppo con lavori di qualità “da gara” non sta facendo un favore a se stesso.
Sta semplicemente anticipando costi fisiologici e meccanici che avrebbe senso pagare più avanti, quando la base è solida e quando quei lavori diventano davvero specifici.

2.1 Perché “troppa qualità presto” è una cattiva idea

  • Recupero insufficiente: le sedute ad alta intensità aumentano il carico neuromuscolare e richiedono più recupero.
    Se le ripeti troppo spesso, inizi a “camminare” tra una seduta e l’altra.
    Il corpo non assimila: sopravvive.
  • Volume che non cresce: per costruire endurance, il volume (in minuti/ore) conta.
    Se ogni settimana è piena di sedute dure, il volume totale tende a stagnare o a oscillare (picchi e crolli).
    E la performance di primavera non si costruisce su oscillazioni.
  • Picchi di carico: quando acceleri ritmo e intensità troppo presto, spesso aumenti anche il carico complessivo in modo brusco.
    La letteratura su carico e rischio infortunio sottolinea che le variazioni rapide e inappropriate sono un problema.
  • “Bruciare” la stagione: ti ritrovi a marzo-aprile già stanco, con la sensazione di aver “già dato”.
    E quando arrivano i lavori specifici veri, manca freschezza mentale e fisica.

Tradotto in linguaggio da campo: se in inverno fai 2–3 sedute a settimana a ritmi quasi gara, stai inseguendo una forma che non regge.
Magari ti senti forte per 2–4 settimane, poi arrivano i segnali: gambe pesanti, sonno disturbato, piccoli dolori, motivazione che cala. E lì inizia il conto.

3) Cosa dice la letteratura su volume, bassa intensità e TID

3.1 Il concetto chiave: la bassa intensità domina (soprattutto nel lungo periodo)

Nel mondo endurance si parla spesso di training intensity distribution (TID): come distribuisci il tempo tra intensità basse, medie e alte.
Una review molto citata di Seiler sintetizza evidenze e osservazioni su atleti di endurance, ribadendo un punto pratico:

i programmi efficaci combinano volume elevato con una netta prevalenza di lavoro a bassa intensità e una quota più piccola di lavoro intenso, distribuita con criterio nel tempo.

Anche la review di Stöggl & Sperlich mostra che molti atleti ben allenati ed élite adottano una TID spesso “piramidale”, con la maggior parte del lavoro in zona facile (Z1), una quota minore in zona intermedia (Z2), e una quota ridotta in alta intensità (Z3).
Non è una moda: è una costante che emerge ripetutamente quando si analizzano training log reali.

3.2 Il punto decisivo: nelle fasi generali il volume e la Z1 aumentano

Se la tua domanda è “in inverno devo fare più volume e meno velocità?”, la letteratura sulle fasi della stagione aiuta.
Lo studio su campioni del mondo di orienteering (Tønnessen e colleghi) divide l’anno in fasi (transition, general preparatory, specific preparatory, competition) e mostra chiaramente che nella general preparatory phase il volume settimanale è più alto rispetto alle altre fasi, con una grande presenza di lavoro a intensità bassa.

In altre parole: nel modello di atleti vincenti, la fase “invernale” è quella in cui si costruisce tanto, e non quella in cui si prova ogni settimana a fare il tempo di gara in allenamento.

3.3 Periodizzazione nei runner: base ampia, specificità più avanti

La systematic review di Casado e colleghi sui runner altamente allenati/élite descrive volumi, metodi e TID, e conclude (con la cautela tipica di una review, visto il numero limitato di studi specifici) che i runner di alto livello tendono ad adottare una periodizzazione “tradizionale”: grande base aerobica e progressiva introduzione di contenuti specifici in prossimità della stagione e delle gare.

3.4 Perché “troppa intensità” non è sinonimo di “più miglioramento”

Un punto che adoro ricordare ai miei atleti: non è l’intensità a renderti forte; è l’assimilazione.
Se l’intensità è troppa e il recupero non tiene, non stai accelerando il progresso: lo stai sabotando.

In questo, due studi sono molto utili come “faro”:

  • Esteve-Lanao et al. confrontano due programmi differenti per distribuzione dell’intensità e mostrano che un’impostazione con molta parte del lavoro chiaramente sotto soglia (più “facile vero”) può portare a miglioramenti migliori rispetto a una distribuzione che sposta tanto lavoro nella fascia intermedia (soglia/MLSS).
  • Buchheit & Laursen (review in due parti) discutono la programmazione dell’HIIT e sottolineano, tra le altre cose, che l’alta intensità ha un costo neuromuscolare e muscolo-scheletrico importante: proprio per questo va inserita e periodizzata con intelligenza.

Se metti insieme questi messaggi, diventa evidente la critica: in inverno, inseguire ritmi quasi gara ogni settimana significa spesso vivere nella “terra di mezzo”:
troppo veloce per recuperare bene, non abbastanza strategico per costruire davvero la stagione.

4) L’errore dell’inverno: la “zona grigia” e la falsa qualità

Voglio chiamare le cose col loro nome: in inverno vedo spesso due estremi.

  • Estremo 1: “Solo lento per tre mesi” → rischio di perdere brillantezza e stimoli neuromuscolari.
  • Estremo 2: “Ripetute e ritmi gara già a gennaio” → rischio di farsi male e bruciare la continuità.

Ma l’errore più subdolo è un terzo: la zona grigia.
È quando corri “quasi sempre medio”: non abbastanza facile da costruire volume e recuperare, non abbastanza intenso da essere un vero stimolo qualitativo, e spesso ripetuto troppe volte.

Qui la letteratura su TID è illuminante: molte analisi di atleti forti mostrano una grande quota di lavoro facile, una quota piccola di lavoro duro, e una quota limitata in mezzo.
Lo studio di Esteve-Lanao è spesso citato proprio per questo messaggio pratico: meglio proteggere la bassa intensità (e usarla davvero) che trasformare l’inverno in un “medio infinito”.

4.1 Perché la “qualità da gara” in inverno è spesso una trappola mentale

Spesso chi spinge troppo in inverno lo fa per motivi comprensibili:

  • Vuole sentirsi “in forma” subito.
  • Ha paura di “perdere velocità”.
  • Usa i ritmi come conferma di valore (“se vado forte, sto allenandomi bene”).

Il problema è che la forma vera non è un picco di due settimane.
La forma vera è arrivare a primavera con un corpo che regge, con volume costruito, e con la qualità pronta a diventare specifica.
Se anticipi troppo, paghi in continuità. E la continuità è la valuta più preziosa di un runner.

5) La qualità “giusta” in inverno: breve, tecnica, sostenibile

Dopo tutta questa critica, mettiamo un punto fermo: non sto dicendo “zero qualità”.
Sto dicendo: no qualità “da gara” ripetuta e frequente.
Sì invece a micro-dosi di qualità che mantengono economia, coordinazione e forza senza distruggere il recupero.

5.1 La qualità neuromuscolare: il modo più “sicuro” di restare brillanti

Se vuoi tenere viva la brillantezza in inverno, spesso la scelta migliore è una qualità che: dura poco, è controllabile, e non crea grande debito metabolico.

  • Strides/allunghi: 6–10 × 10–20” con recupero ampio, concentrandoti su tecnica e reattività.
  • Sprint brevi in salita: 6–10 × 8–12” (recupero completo). Potenza e tecnica, con minore impatto eccentrico rispetto alla pianura.

A supporto dell’importanza dello stimolo neuromuscolare, vale la pena citare il lavoro di Paavolainen et al.: l’integrazione di allenamento di forza esplosiva con endurance può migliorare la performance sui 5 km, associata a miglioramenti di economia di corsa e potenza muscolare, senza necessariamente cambiare il VO2max.
Messaggio pratico: in inverno puoi “fare qualità” anche senza trasformare ogni seduta in una gara.

5.2 Il “tempo controllato”: utile, ma non deve diventare “gara mascherata”

Il lavoro tipo tempo o soglia controllata può essere utilissimo anche in inverno, ma con due regole:

  • Deve essere controllato: non un test. Intensità sostenuta ma gestibile (RPE 6–7/10), non RPE 9/10.
  • Non deve moltiplicarsi: una seduta del genere a settimana (o ogni 10 giorni) basta e avanza per molti amatori.

Qui entra la critica: se ogni settimana fai “tempo” più “ripetute” più “progressivo forte”, non stai facendo base: stai facendo un periodo competitivo senza la freschezza del periodo competitivo.

5.3 L’HIIT e le ripetute vere: utili, ma periodizzate

Le ripetute ad alta intensità e l’HIIT hanno un grande valore, ma anche un costo.
Buchheit & Laursen discutono proprio il “puzzle” della programmazione: manipolare intensità, recuperi, densità e frequenza cambia radicalmente il carico neuromuscolare e il bisogno di recupero.
È il motivo per cui, in pieno inverno, per molti atleti ha senso: ridurre frequenza e aggressività di questi lavori, lasciandoli più vicini al periodo specifico.

6) Trail runner: perché in inverno è ancora più pericoloso anticipare la stagione

Nel trail, la critica a chi spinge troppo in inverno diventa ancora più netta.
Perché oltre all’intensità metabolica c’è un fattore meccanico enorme: l’eccentrico in discesa.

La narrative review di Bontemps e colleghi spiega che la corsa in discesa, per la sua natura eccentrica, può indurre danno muscolare (EIMD) e ridurre la performance per diversi giorni.
Questo significa che se in inverno inserisci troppe discese “tirate” o troppe sedute aggressive su terreno tecnico, stai accumulando un debito che può compromettere la settimana successiva (e quindi la continuità).

Quindi, per un trail runner, “qualità invernale” spesso significa:

  • Forza e resistenza muscolare: palestra, circuiti, lavoro su polpacci/soleo e quadricipiti.
  • Potenza in salita: salite brevi o medie, spesso più sicure della pianura veloce.
  • Tecnica in discesa: sì, ma progressiva, senza trasformarla in una prova di coraggio ogni settimana.

Se in inverno un trail runner “fa gara” in allenamento su discese tecniche, spesso non sta costruendo: sta solo aumentando il rischio.
E il rischio, nel lungo, è il nemico numero uno di chi fa endurance.

7) Linee guida operative (con esempi) per runner e trail runner

7.1 La regola che consiglio più spesso

In inverno, per la maggior parte degli amatori: prevalenza netta di facile, più 1 seduta “qualitativa” a settimana (o ogni 10 giorni), ma non a ritmi gara,
e più micro-richiamo neuromuscolare (strides o salite brevi) inserito dentro sedute facili.

Questo approccio è coerente con ciò che emerge spesso dalle review su TID (dominanza della bassa intensità), e con l’idea che l’alta intensità vada dosata perché “costa” (Buchheit & Laursen).

7.2 Esempio (4 allenamenti) – Runner strada

  • Allenamento 1 – Facile + strides: 50–75’ facili + 6–10 × 10–20” strides (recupero ampio).
  • Allenamento 2 – Tempo controllato: 3×8’ o 2×12’ (recupero 3’) a intensità sostenuta ma gestibile (non test).
  • Allenamento 3 – Rigenerante: 35–55’ molto facili + mobilità 10–15’.
  • Allenamento 4 – Lungo facile: 80–140’ facili. Progressione solo ogni 2–3 settimane e senza arrivare “in rosso”.

Nota critica: se al posto del “tempo controllato” fai 10×400 “tirati” e poi nel lungo inserisci 30’ a ritmo gara, non stai facendo un inverno efficace: stai facendo un inverno che ti chiederà il conto.

7.3 Esempio (4 allenamenti) – Trail runner

  • Allenamento 1 – Facile collinare + salite brevi: 60–90’ facili + 6–8 × 8–10” sprint in salita (recupero completo).
  • Allenamento 2 – Salite medie: 5×4’ in salita (recupero discesa facile). Focus su potenza e cadenza/passo.
  • Allenamento 3 – Facile + forza: 40–60’ facili + 30–45’ forza (anche, core, polpacci/soleo, quadricipiti).
  • Allenamento 4 – Lungo facile con dislivello moderato: 90–180’ in controllo. Discese tecniche: tecniche, non “a tutta”.

Questo è l’opposto di “fare del male”: costruisci base, rendi forti i tessuti, e lasci l’aggressività per quando serve.

7.4 Progressione e prevenzione: il principio “anti-frittata”

Se vuoi essere davvero scientifico, devi rispettare una cosa: la progressione.
Studi su runner (come Nielsen et al. sui novice) mostrano che aumenti troppo rapidi del carico di corsa possono rendere più vulnerabili a infortuni legati alla distanza.
Anche se i dati sono su principianti e non vanno “trasferiti” in modo semplicistico, il principio è trasversale: evitare salti improvvisi.

E qui entra Gabbett: l’idea del “training–injury prevention paradox” sottolinea che non è l’allenamento in sé il problema, ma l’allenamento inappropriato, specialmente quando i carichi aumentano troppo rapidamente.
Se in inverno aumenti di colpo intensità e “giorni duri”, stai creando proprio quel tipo di rischio.

8) Checklist: come capire se stai spingendo troppo

Qui ti lascio una checklist semplice ma molto concreta.
Se ti ritrovi spesso in questi punti, probabilmente stai facendo l’errore invernale di “anticipare la stagione”:

  • Hai 2–3 sedute dure a settimana e il resto “medio” (quasi nessun facile vero).
  • Il lungo diventa quasi sempre progressivo forte o con tratti a ritmo gara.
  • Ti senti stanco già dal riscaldamento e “ti sciogli” solo a metà seduta.
  • Dolorini ricorrenti (Achille, tibiali, fascia plantare, ginocchio) che “vanno e vengono”.
  • Qualità in calo: per mantenere i ritmi devi spingere sempre di più, ma i tempi non migliorano.
  • Motivazione che scende: ogni seduta sembra una prova, non un percorso.

Se questa lista ti suona familiare, non serve “stringere i denti”.
Serve tornare alla logica giusta: in inverno si costruisce.
E costruire significa proteggere il facile, far crescere il volume con criterio, e usare la qualità come richiamo, non come guerra.

9) Conclusione: volume prima di tutto, qualità sì — ma non “da gara”

Rafforzo il pensiero che condividi: in inverno la maggior parte del lavoro deve essere volume.
È coerente con ciò che emerge da analisi e review su TID (dominanza della bassa intensità), con i dati sulle fasi della stagione (volume più alto nella fase generale preparatoria), e con la logica della periodizzazione nei runner.

Ma aggiungo (e qui sono volutamente critico): chi in inverno spinge troppo con lavori di qualità “da gara” spesso si fa del male.
Non perché l’intensità sia “cattiva”, ma perché la mette nel periodo sbagliato, con la frequenza sbagliata e con un recupero spesso insufficiente.
Questo crea picchi di carico, riduce la continuità e aumenta il rischio di stop.

La strategia migliore è semplice e potente: costruisci il motore con tanto facile e volume sostenibile, e tieni accesa la scintilla con poca qualità ben fatta (strides, salite brevi, forza, tempo controllato).
Quando arriverà la primavera, non dovrai “recuperare il ritardo”.
Dovrai solo rendere specifico ciò che hai costruito.

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Riferimenti bibliografici

  1. Seiler S. (2010). What is best practice for training intensity and duration distribution in endurance athletes?
    International Journal of Sports Physiology and Performance, 5(3), 276–291.
    PubMed |
    Human Kinetics
  2. Stöggl TL, Sperlich B. (2015). The training intensity distribution among well-trained and elite endurance athletes.
    Frontiers in Physiology, 6:295.
    PubMed |
    PMC (full text) |
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    PubMed
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    Human Kinetics
  5. Casado A, et al. (2022). Training Periodization, Methods, Intensity Distribution, and Volume in Highly Trained and Elite Distance Runners: A Systematic Review.
    International Journal of Sports Physiology and Performance, 17(6), 820–833.
    PubMed |
    Human Kinetics
  6. Buchheit M, Laursen PB. (2013). High-intensity interval training, solutions to the programming puzzle. Part I & II.
    Sports Medicine.
    Part I (PubMed) |
    Part II (PubMed)
  7. Gabbett TJ. (2016). The training–injury prevention paradox: should athletes be training smarter and harder?
    British Journal of Sports Medicine, 50(5), 273–280.
    PubMed |
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    Journal of Orthopaedic & Sports Physical Therapy.
    PubMed |
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  9. Paavolainen L, et al. (1999). Explosive-strength training improves 5-km running time by improving running economy and muscle power.
    Journal of Applied Physiology, 86(5), 1527–1533.
    PubMed |
    DOI
  10. Bontemps B, et al. (2020). Downhill Running: What Are The Effects and How Can We Adapt? A Narrative Review.
    Sports Medicine.
    PubMed |
    PMC (full text)

 

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